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4 agosto 2010
DIARI
ICONE
Posa quella cazzo di pistola Jonny

Perché?

Cazzo ti rendi conto di quello che stai facendo amico?

Sono stati loro ti dico Fred

Sono stati loro

Con le loro menzogne

La loro finta COMPASSIONE

Le loro ipocrisie

Gli hanno scaricato addosso tutte le loro frustrazioni

Sono infelici Fred

Te ne rendi conto

Infelici di vivere

Infelici di respirare

Quante volte hanno alzato gli occhi al celo

La gente lo guardava terrorizzata. Silenzio.Silenzio

Fuori il caos. Suoni indistinti come in un incubo che non vuole smetterla di scorrere. Alzatevi. Gridava la testa. Fuggite. Eppure il tempo sembrava non esistere per quelle persone. In quell’autobus diretto verso le stesse vite. Le stesse situazioni. Fuori rumori indistinti. Voci elettriche. Suoni amplificati. Come in un fluido. Smorzati di volume. Eppure forti. Tangibili.

Un vecchio prova a parlare.

Stai calmo figliolo.

ZITTO

Porco cristo ti faccio fuoiri se apri ancora quella cazzo di bocca.

Quante volte lo hai guardato davvero?

Eh?

Quante volte hai provato a vedere oltre

Si guarda intorno. Pausa. Rumori dalla strada. Gracchiare…

Polizia!

Speranza. Vede speranza nei loro sguardi. Sorride. Maligno.

Voi nn capite che non uscirete vivi da qui.

Solo uno di voi creperà. Ma il resto

Per il resto sarà peggio che crepare.

BASTARDi.

Fred cerca di avvicinarsi

Jonny è ben coperto. Dall’esterno appare invisibile. Jonny è basso. Un po’ grassoccio ma ben piazzato. E’ vestito come un fan di football. Quello che ti fa sognare. Ed incazzare. Le domeniche.

Quando non sai che la vita ti attende il giorno dopo. Sai solo che è tempo di combattere. Virtualmente. Ma con l’anima. Jonny vede il piccolo Richard. Che non sembra preoccupato.

Nn hai paura Richard

Si avvicina a lui. Non credi che possa ucciderti piccolo. Richard lo guarda.

Perché dovrebbe signore?

Perché il mondo è un posto di merda rgazzo. E io non l ocapisco poripio. Non lo capisco.

Fred si avvicina a Jonny.

Amico ti prego mettila via. Possiamo risolvere la questione in un altro modo

Jonny si agita. Picchia Fred con il calcio del’arma. Sangue. Imbratta i vetri

 E Jonny. Ed il piccolo Richard

Ed il vecchio che si caga nelle braghe.

Una signora snella ed in forma prova a colpirlo con una padella che aveva comprato per preparare un ottimo piatto imparato in TV. Mentre puliva casa e pensava al marito. A quanto sarebbe bello averlo con sé un po’ di più. Eppure siamo sposati da poco. Dove te ne vai?

Jonny subise il colpo. Mal’adrenalina è troppa. Si gira e colpisce allo stomaco la donna che si accascia.

L’autobus ha poca gente. Il conducente è fuggito. Si salvi chi può sembrava urlare. LA donna della padella. Il bambino. Il vecchio Ed una signora dai capelli cotonati che non si muove,. Sembra impietrita. Ehi nonna che cazzo hai da guardare. Ma la nonna non risponde. Sembra persa nei suoi pensieri. Dietro a quegli occhiali enormi.

Fred è a terra e perde sangue Richard. Il piccolo. Piange. I lvecchio puzza di merda. LA troia con la padella tossisce sta per vomitare. LA nonna non si muove. VECCHIA. Tu lo guardavi. EH? RISPONDI! Odio. La voce caricha di un sentimento ancestrale. Violento. RISPONDI.

J…o..nny…ti prego.

L’HANNO UCCISOO FRED. CRISTO. Un calcio alla tempia. Fred urla ancora. La donna vomita il piccolo piange. Il vecchio puzza ancora di più. LA nonna non risponde.

Lo hanno ucciso.

Polizia si arrenda signor Wiston. L’autobus è circondato.

Rumori ora più distinti.

Il fluido è terminato. Asciugato. Addio baby. Ora comprendo. Ora Jonny comprende. Si affaccia. Poco. Oggi ho deciso di schiattare poliziotto del cazzo. Perché LUI è morto e voi lo avete ucciso.

Di chi sta parlando sig. Winsotn?

Maledetti. MALEDETTI

Michael. Lo avete ucciso. Silenzio. Il poliziotto sembra nn capire. IL RE. LO AVETE UCCISO ed io ucciderò uno di loro. Un icona per un icona. Uno scambio di simboli. Fred sembra avere ripreso conoscenza. Prova a mettersi in piedi. La signora riprende la padella. Fred parte verso Jonny. La signora parte verso Jonny. Il Vecchio è crepato di infarto. La nonna sembra non capire cosa stia accadendo. Richard guarda il pazzo con la pistola.

Rumori. Ma non dall’esterno

Poi silenzio.

Jonny a terra con la testa spaccata.

Fred su di lui che lo tempesta di pugni.

Richard….con la faccia spappolata.

….

Il re però è sempre morto. E Jonny è crepato lo stesso. E le icone restano. In un modo o nell’altro. Come templi eretti a Dei che non sanno dove guardare.


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8 febbraio 2008
DIARI
Silent Night. Holy Night
 

Bambino dei sogni.

Questo il nome.

Sogni.

Che s’accavallavano. Mascherandosi tra le realtà. Si contorcevano per venire a galla.

Una piccola vita fatta di sogni.

Che forse conta di più quando hai la forza. Che forse conta quanto riesci a capire. Magari un po alla volta. T’avvicini sempre più. Un piccolo passo alla volta. Piedi leggeri. Pensieri nell’aria. Racconti che donano. Ricordi che svaniscono vagando. In milioni di magie incantate. Incantevoli. Che si respirano. Mondi che vacillano e sanno di sottile incocretezza. Calore di camino. Legna che arde. Legna da ardere. Sogni da rincorrere per non svanire.

Il bambino dei sogni lo chiamavano. Primel.

Un piccolo dono dal cielo. Un piccolo volo. Poi più niente. Solo un piccolo volo.

Bip.

Bip.

Bip.

Bip.

Bip.

Bip.

Bip.

 

Sapeva Primel che sarebbe arrivato prima o poi. Sapeva che doveva continuare a credere che esistesse. Non poteva ascoltare ciò che il mondo si ostinava ad urlare nel suo sconquassarsi. Durante le sue vite che non avevano l’odore di cannella delle torte di zia Mary, quando piangeva, o rideva. Quando correva a casa. Quando tirava calci al pallone. Quando i mediocri colpivano. A volte. Magari spesso. Magari ogni tanto.

Sapeva che vi sarebbe arrivato. Primel. Bambino dei sogni.

- Primel.

- Te ne stai li con quell’aria da stronzo –

- Sembri un leccaculo –

- Un grasso leccaculo –

. Già –

Luci. Suoni sulfurei. Pensieri inconsci. Giochi di mani. Sensazioni che non aspettano. Coperte morbide sotto cui ripararsi.  Pupazzi che sanno parlare e sorridere.

- Vieni con me Primel –

- Seguimi  -

- Tu solo puoi vedere –

E Primel vedeva. Vedeva davvero. Vedeva le case immerse dal pesante piumone. Vedeva i cieli stellati stracolmi di luci che quasi sembravano cadere giù dal troppo peso. Vedeva immensi animali. Alcuni spaventosi. Altri che facevano ridere e divertire. Primel seguiva il tigrotto. Suo fedele compagno. Lo seguiva. Sotto il caldo e soffice piumone. Lontano dal resto.

Prima del rumore di chiavi. Prima dei passi. Prima delle luci accese e pi spente. Prima della Tv lontana e del calore che non arriva anche se vorresti, Prima. Magari dopo. C’era il suo mondo

Il suo universo. Il tigrotto. Il cielo stellato. Le case piccine. Gli animali giganti.


Le cose si susseguono per una ragione. Soleva dire qualcuno,. Qualcuno che poteva fare il benpensante. Le cose accadono..ecc. ecc.

Le cose ci sono sempre. E sono li ad attendere. Attendere di accadere. E non ha importanza chi ci sia in quel momento. Le cose accadano e sono li. Sempre e per sempre. Il tempo scandaglia i battiti. Innumerevoli suoni confusi.

Passaggi di mani. E fantasmi umani. Maschere e pensieri, Ragione e speranza. Che vivono. Perché iddio che riceve preghiere. Perché iddio le ascolta.

Linee sottili. Finestre giganti. Odori da dimenticare, Ricordi che congelano gli istanti. Le emozioni.

E poi. Silenzio

Bip.

Bip

Bip.

Bip.

Bip.

 

Primel conosceva bene la strada. Ma il piccolo tigrotto cercava di fargli capire che c’è un tempo per ogni cosa.

- Devi aspettare Primel attendere.-

- L anotte che porta freddo. Quella che porta risate. Quella che fa dimenticare ogni cosa.

La notte magica la chiamava Primel. Quella in cui mammaepapà erano di nuovo insieme. Senza merda in faccia gettata a tutta velocità. Senza rumori di fondo che infastidiscono l’udito. E non fanno ascoltare E non fanno sentire i lamenti. E Non li fanno sentire perché impegnano. Troppo.

La notte magica la chiamava Primel. Ogni anno. Esisteva. Per un poco.. Ma esisteva. Ed era magnifico abbandonarvisi. Lasciarsi andare. Magnifico.

- Quella era la notte in cui Primel  avrebbe dovuto vedere. In quel mondo sotto le lenzuola Il magico orologio d’Inverno. Appeso nel cielo. Che attendeva uno solo rintocco. Quell’unico che annunciasse l’arrivo della notte. LA notte magica, La sua notte preferita. L’orologio d’inverno.

A volte i suoni non possono essere ascoltati. I suoni di pensieri,. I suoni che si fanno nei sogni. Primel lo sapeva. Adesso lo sapeva.

Seguì il tigrotto. Lo seguì sotto le lenzuola. Non c’era tanto calore. Non c’era il solito profumo. MA Primel sapeva che doveva segurlo. Doveva.

- Primel  Devi venire con me.-

- Adesso.-

 

Fu così che Primel passò quel fantastico villaggio. Fu così che guardò gli enormi animali. Fu così che prese il treno che lo condusse lì. Monti  bianchi. Foreste di soffice neve. Uccelli enormi. Tutto in un attimo. Un piccolo minuscolo attimo.

Poi arrivò. Scese dal treno. Occhi al cielo.

Di vetro.

Come se conservasse la magia.

Piccoli passi. Silenzio intorno. Primel era solo. Ed andò avanti. A piccoli passi. Quasi avesse paura di dimenticare, rapiva con gli occhi ogni cosa. Tutto ciò che c’era intorno. E rapiva il cielo di vetro. E le nuvole di neve. Ed i canti lontani che intonavano inni a notti sacre.

Poi lo vide

Magnifico

In tutto il suo splendore.

Sospeso. Come lo aveva sempre immaginato. Sempre.

Lo vide

Enorme

Perfettamente circolare.

Numeri romani intarsiati d’uno splendente argento. Lancette affilate come lame che scandiscono il ritmo dell’universo. Uno splendido cerchio d’orato a fare da cornice. E tantissime piccole rotelle che giravano. Meccanismi eterni. Infiniti.

Restò a bocca aperta. Come d’incanto.

La magia

Magia

Questa è la magia Primel

La tua magia piccolo mio

Voce calda. Rassicurante. Viso paffuto. Naso a patata. Sopracciglia enormi che quasi nascondevano per i tanti peli bianchissimi due splendidi occhi azzurri. Barba infinita e Soffice. Corpo rotondo.

E’ per te Primel

Sorise. E gli riscaldò il cuore

Per te

Per me

Già

Già

Il cuore impazziva. La bocca non ne voleva sapere di smetterla con tutti qui magnifici sorrisi.

Per me












Mi dispiace.

Abbiamo fatto il possibile

Davvero.

___________________________________

 

Il possibile.

 

E così che le cose vanno a finire. Semplicemente. In un mare di neve. Soffice. Da perdersi per non tornare.

Silent Nigth

Holy Night

25 Dicembre

5 febbraio 2008
Capitolo 4 IL RE ( 24:00 )
 

Seduto, su di una piccola seggiola di paglia, il re osservava la notte, i cui profumi gli avvolgevano il corpo e tutt’intorno le luci di mille stelle e ricordi lo rapivano come in un canto sublime che sapeva d’amaro. Assorto in silenzio, come meditasse, il piccolo re cercava di ascoltare ogni rumore, ogni piccola vibrazione che potesse giunger alle sue piccole orecchie. Attese che il cuore si calmasse, che il respiro tornasse regolare,. Attese che il sudore terminasse la sua discesa lungo il corpo nudo e bollente. Attese che il vuoto si impossessasse di lui, in modo da farlo tornare nella sua monotona esistenza  che sapeva di eccessive rinunce e battiti d’ali invisibili. Attese ancora che il tempo riprendesse a camminare, che l’aria diventasse immobile ed il fiato terminasse di creare nubi. Attese che lei esalasse un altro respiro, e poi un altro, e poi un altro ancora, in un lento ritmo soave. Guardava i suoi seni, piccoli e sodi che ornavano un corpo bianco come la luna, soffice e leggiadro che il solo sfiorarlo sembrava potesse farlo sparire per sempre. Guardava i suoi lunghi capelli neri, adagiati sul  letto  come un mare in tempesta che cerca una calma apparente nel suo perpetuo morire. Poi prese a guardare le sue mani, il tempo che velocemente scorreva, che non lasciava spazio all’immaginazione, ai desideri, alle fughe. Vide le sue vene pulsare freneticamente come impazzite per l’oblio in cui sarebbero tornate. Ascoltò il vento, che stava alzandosi, indomabile e impenetrabile nella sua corsa.

Fu così che si alzò. Lentamente si avvicino a lei, piccola creatura fatta di sogni. La guardò ancora…ed ancora….Fino a che non la vide scomparire; la donna distesa era solo un piccolo specchio. Lei era già andata via.

Poi si voltò, si diresse lentamente verso il bagno e prese a vestirsi.

I minuti passarono come portati via da un lento pulsare.

La sognò ancora, un’ ultima volta, conscio del fatto che non l’avrebbe più rivista, perché è così che va il mondo quando prende a girare. E’ così che vanno le cose e non le si riesce a fermare, non le si può fermare o forse semplicemente non le si vuole fermare. Si abbassò sulle ginocchia e la baciò dolcemente.

- Grazie – disse, e poi sparì nel nulla che circonda i pensieri prima che raggiungano la coscienza, prima che diventino materia plasmata, legata all’essere cui appartengono, inscindibili, consacrati alla realtà senza un ultimo addio.

La notte fuori aveva l’aspro odore proveniente dal mare, portato sin lì dal vento che oramai stava alzandosi e sembrava avere alcuna intenzione di placarsi.

Il cottage, dove spesso si rifugiava, era circondato da un verde acceso di piante ed alberi di specie diverse. Percorse il vialetto in terra battuta che dalla piccola veranda portava ad uno spiazzo dove era solito parcheggiare l’auto. Si prese tutto il tempo del mondo per arrivare alla macchina. Procedeva lentamente, un passo alla volta, rapito in un estasi che sapeva di follia e tristezza. Ora riusciva a guardare tutto con maggiore chiarezza, ogni cosa sembrava svelarsi di fronte ai suoi occhi, in un crescendo di sensazioni indescrivibili, stupende e spaventose. Pensò a Jeremy, suo unico figlio, erede di tutti i suoi sbagli, di tutte le sue mancanze, erede di una amore immenso che non era mai riuscito a trasmettergli realmente. Eppure sapeva che Jeremy era consapevole del suo amore, ma alla sua età non poteva considerare gli innumerevoli legami che s’attorcigliano e stringono sino a consumarti. Pensò ad Elizabeth, a quanto gli mancasse, domandandosi quando aveva cominciato ad abbandonarla; domandandosi quando lei aveva cominciato ad abbandonarlo.

Pensò ad Amie. Al suo corpo, al suo amore.

Pensò a lui.

Si diresse verso l’auto un passo alla volta, lentamente, come rapito in un sogno che sa di amaro. La notte portava il profumo del mare, del cielo, o forse era solo l’odore di mille vite che scoprivano e respiravano, rinascevano e indietreggiavano, si spaventavano perdendosi o forse no.

 

 

 

 

Quella notte, il tempo ricorda, si udì un suono provenire da lontano. Molti pensarono fosse un tuono, altri fosse un albero abbattuto. Ma la pioggia arrivò senza tuoni quella notte, né alcun albero fu rinvenuto…solo che questa è un'altra storia.


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12 gennaio 2008
Capitolo TRE LA REGINA ( 18:00 )
 

E’ possibile guardare il tabacco che piano diventa cenere e fumo, polvere ed aria, muto, raggelante grido di stupore, senza poter fermare il suo cammino a meno di una perdita significativa. Guardare il coraggio di quelle scelte che popolano la mente ma che non riescono a divenire realtà, che non vengon fuori per esser viste, che si annidano nei reconditi della materia, molle e incapace di sentir dolore se non quello trasportato da miliardi di corpuscoli che sembrano invisibili, ma che in realtà esistono e vivono indipendentemente dalla volontà, e corrono mille volte più veloci, più silenti, spavaldi ed intrepidi, assoluti. E giungon alla meta ricercata per poi ripartire verso un'altra, ripercorrendo la stessa strada che ora sembra più lunga o ramifica o semplicemente più complessa. Così non diviene mai comprensibile, nel suo costante mutare, crescere, plasmarsi, una plasticità che sembra impossibile, ma che diviene reale ogni secondo che passa. Ed è qui il macello, nell’impossibilità di conoscere una siffatta complessità; incapacità dettata dai reami della follia che dilaga proprio perché inconsapevole di tale ricchezza e di cotanta meraviglia. Forse inconsapevole, forse tirannicamente repressa, forse volutamente accecata.

E non risulta poi difficile spiegare l’inverosimile cercando verità in un pensiero lontano dalla realtà sensibile; non diviene improbabile la fuga dove quello che è, risulta vero se non lontano, ovattato, come un suono che giunge dal mare.

 

Attraverso il vetro di quella finestra, LEI poteva vedere. Poteva osservare ed ammirare. LA collina. LA strada. IL mare. IL cielo. LE nubi. E lentamente LA pioggia che prese a cadere.

Attraverso il vetro di quella finestra Elizabeth rivide ciò che accadde quella mattina.

 

 

( 10:00 )

 

Sembrava un giorno come tanti, l’aria fuori pareva attender la venuta di un brutto temporale.

Lei era seduta, appoggiata all’enorme tavolo di mogano che regnava nella stanza come un sovrano vecchio e saggio. Tutte intorno le sue piccole ancelle ne custodivano il corpo in attesa che qualcuno potesse svegliarle dal torpore. Uno splendido camino di rossi mattoni s’affacciava su quella scena ogni giorno ed ogni notte. Ed ogni volta che il freddo sembrava minare la pace di quella splendida scena, fuori dal tempo, lui s’accendeva, lanciando soffici lingue di fuoco che tramutavano il freddo in lieto calore. Una credenza enorme occupava l’intero lato della stanza, ricolma di piatti e bicchieri di una splendida porcellana, e di piccoli ricordi provenienti da ogni momento di molte vite diverse ed uguali. A salutarla tutte le mattine, vi erano numerosi quadri, che rappresentavano ogni tipo di splendido paesaggio.

 In quella stanza ricolma di vita, splendida vita, lei era seduta e fissava l’uomo che un tempo, dolcemente, le apparteneva.

Era stupenda, e mentre parlava, il suo tono era calmo, pacato, in difesa di una verità ben lungi dall’ essere felice.

- In Cosa credi Richard. Dimmi, ti prego in che cosa credi.

Le parole volteggiavano nel tempo immobile che circondava la stanza, lasciandola sospesa, remota, piccola particella di universo fatto di miliardi di vite, e ricordi, ed illusioni.

- Sei andato via, in cerca di qualcuno che potesse dimostrarti che in fondo sei ancora vivo, e che respiri, e che ansimi e vibri, sentire il calore del tuo corpo, stringerti e dirti che esisti! Che esisti…

La voce tremò, come scossa da mille frastuoni, tutti lì riuniti per colpire quella torre di salda tenacia a cui lei stava aggrappandosi per non crollare. Non poteva cadere. Non ora.

- Perché credi che io non possa averne bisogno?

Attese una risposta che non sarebbe mai arrivata

- E’ stato l’unico modo che hai trovato, l’unico.

L’aria fuori sembrava davvero attendere, attendere che il tempo riprendesse la sua corsa abbandonando quella casa.

 

 

Ricordi le affollavano la mente, la sua vita prese a scorrere come un flusso continuo, forte, nella sua caduta verso le tenebre dei pensieri inascoltati, inaccettabili, e troppo a lungo evitati. E tutto poi prese a giare, troppo velocemente, vorticosamente, sembrava impossibile fermare quella assurda cacofonia di suoni indistinti che provenivano dalle mille connessioni di una vita intera , e di altre cento vite intere, e di centinaia di sguardi verso orizzonti colorati da nubi polverose.

Elizabeth non riusciva a ricordarsi. Era assurdo, ma in quel flusso di pensieri, che venivan giù dal cielo ghiacciato di quella lunga giornata, lei non riusciva a ricordare il suo corpo, il suo viso, la sua immensa bellezza, fragile e fiera. Era come se stesse svanendo, lentamente, come se si stesse unendo a quella pioggia, che batteva alla finestra, quasi volesse dirle - fammi entrare o mia regina, voglio condurti la dove il tempo non ha poi così importanza, la dove le scelte non condizionano un’ esistenza, la dove non esiste la coscienza ed il dovere e le paure e iddio che ti dice cosa fare.

Lei ascoltava, ascoltava il richiamo della pioggia.

Il suo dolce richiamo

La sua mano si posò delicatamente sul vetro.

Lo accarezzò, come si fa con un bimbo che ha bisogno di sapere che in fondo tu sei lì e non lo abbandonerai mai, o forse a cui si sta cercando di dire addio, o a cui si sta cercando di fargli capire che in fondo la vita non è poi tutta pioggia e ghiaccio, tuoni e brutti presagi, nubi e lacrime, urla e dolore, flusso di pensieri e sangue che scorre e non si ferma mai per riposare, perché il sangue non riposa, perché non riposerà mai.

Un sorriso colorò per un attimo il suo volto.

Aprì la finestra.

L’aria era umida, sapeva di acqua e vento, e rabbia.

Un sorriso colorò per un attimo il suo volto.

E poi il silenzio, interrotto solo dal rumore del cielo e del mare, ed i suoi occhi che scrutavano l’orizzonte, incantati, sublimi.




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20 dicembre 2007
DIARI
CAPITOLO 2 - IL FANTE ( 18:00 )
 

A volte i sogni si avverano, e quando questo accade non si è pronti ad accettarli o semplicemente si vuole continuare a cercarli. Perché poi non è forse questo il segreto dei sogni, di quei desideri che si vorrebbero realizzare, che si rincorrono per chissà quanto tempo attraverso chilometri di pensieri e parole e rimpianti? Non esistono i sogni, forse, per esser rincorsi senza mai esser raggiunti? Non sono forse ipocrite quelle persone che difendendo a spada tratta le loro paure, credono di aver raggiunti i sogni, di averli toccati? Non ignorano forse, che non esistono i sogni se non nella realtà che è propria, fuggevole ed immateriale, ricca di colori e così vicina al paradosso?

Mont non lo sapeva, in verità Mont non sapeva un sacco di cose, in particolare non sapeva un acca riguardo ai sogni, quello che sapeva, quello di cui era certo è che la vita non regala molto, in verità regala un accidenti di niente. Quello che sapeva inoltre, era che questo sarebbe stato un gran temporale, uno di quelli che non se ne vedevano da anni.

LA sua auto viaggiava ad una velocità che non era né lenta né spedita, una via di mezzo, le luci blu sul tetto volteggiavano creando nell’aria vortici sordi di miliardi di particelle impazzite dal troppo rigore a cui erano sottoposte per poter sopravvivere.

La radio all’interno chiamava il suo nome tra gorgoglii ed interferenze.

Ma lui non aveva voglia di rispondere alla chiamata, era tardi per rispondere, tardi, ora bisognava andare a casa, preparar la cena, per lui, ed il figlio ed il cane e per le migliaia di vite che avrebbe potuto vivere se ne avesse saputo un po’ di più di sogni.

La strada serpeggiava tra mille curve, penetrando la piccola collina in cima alla quale riposava ogni giorno ed ogni notte il suo Villaggio. Passò per il vialetto che portava a quella piccola grotta dove ogni tanto suo figlio ed il suo cane e il figlio dei Rua andavano fare chissà cosa. Volse lo sguardo all’interno di quel vialetto, e vide la bici del figlio dei Rua abbandonata all’entrata,. Pensò di andare a controllare, ma poi decise di non farlo, poiché Ron, così si chiamava suo figlio, gli aveva detto che spesso il figlio dei Rua, non ricordava il suo nome Mont, come non ricordava un sacco di cose della vita, per esempio non ricordava come era nato, non ricordava il momento esatto in cui la sua testa spuntò da quella starna fessura insanguinata da cui ogni vita inizia solo per poi ritornarci dentro, ma in modo differente, o magari no, nello stesso modo, o in mille modi differenti che non si conoscon neppure o si ignorano, o si fa tanto per cercarli solo per non accorgersi che in fondo ne valeva davvero la pena, ci andava da solo a passar un po’ d’ore.

Il vento fuori divenne ancor più forte ed insistente, quasi volesse potar via Mont e la sua auto con le luci blu che danzavano vorticosamente fino a quando lui non gli avesse detto di smettere; e loro lo avrebbero fatto ovviamente, le luci, avrebbero smesso di vibrare e di costringere quelle particelle ad un rigore che era insostenibile, perché in fondo c’era sempre qualcuno che poteva spegnere qualcosa. Ma Mont e la sua stessa auto, quasi fossero un tutt’uno, non volevano saperla di arrendersi e tornare indietro, no, Mont voleva tornare a casa a preparare la cena per lui, per suo figlio Ron, (così si chiamava il figlio) ed il suo cane.

Superò una curva, poi un’altra, poi un’altra ancora, un susseguirsi di curve che permettevano a Mont di mantenere un’andatura pacata, ne lenta ne veloce, una via di mezzo.

D’improvviso, la pioggia iniziò a cadere, fitta, violenta.

Mont azionò i tergicristalli, ed imprecò contro quel tempaccio che sapeva di malumore e cattivi presagi.

La radio continuò a mandare scariche di frequenze ora ancor più assordanti, e così lui decise di spegnerla.

Con lo scroscio assordante di infiniti pensieri che cadono dal cielo sotto forma di sottili fili d’acqua, Mont arrivò al villaggio, che poi in realtà viveva tutto su di un'unica strada, con le case così vicine che quasi sembrava non potessero respirare, le une su le altre in un eterna lotta per accaparrarsi un angolo di cielo, e poter guardare oltre, oltre le colline, al di là delle paure e delle insicurezze, al di là del tempo, della vita e di ogni cosa si potesse desiderare, avendola soltanto per perderla.

Guardò passarle le case, di fretta, in modo da divenire indistinguibili tra loro.

Le imposte erano chiuse a causa del vento e della pioggia, e dei rumori assordanti che facevano.

 

Il vento e la pioggia.

 

Superò la strada ed imboccò il viale di casa sua.

LA sua piccola dimora si trovava in realtà vicina al mare sul quale la collina ed il villaggio che vi riposava sul suo antico e pesante dorso, torreggiavano increduli di tale e naturale armonia. Parcheggiò la macchina, abbandonandola come una parte di sé che si spegne, e riposa sino al giorno dopo. Non corse verso la porta, ma lasciò che l’acqua, lo travolgesse nel suo incessante crollare. Ancora, e poi ancora, sino a che i suoni diventassero indistinti, un'unica melodia che solo nel silenzio acuto si può ascoltare, quello che viene dopo tutto, dopo che le vicende ti hanno travolto sino a portarti fuori da lì, fuori dal respiro e dal sonno e dal mare e dalla spiaggia dalla sabbia bianca, e dalla notte, e da te stesso.

Il suo mondo era così; piccolo, racchiuso in un guscio. dentro e fuori. vicino e lontano. in viaggio costante, quotidiano ed interminabile. A volte sembrava che l’aria gli rubasse l’ossigeno.

E poi giunse un richiamo.




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3 dicembre 2007
DIARI
Oggi comincia il racconto di una piccola..piccolissima storia di paure, rimpianti e dolci sogni...Capitolo primo:
PIERROT ( 12:00 ) 


Quando il vento arrivò, Jeremy osservava, dalla piccola collina sulla quale si trovava, la spiaggia sottostante; era di un bianco che faceva male. Il suo sguardò spaziò lungo tutta la costa sino a fermarsi su una coppia di ragazzi seduti in riva al mare. Non aveva idea di cosa facessero lì, ma non aveva poi molto importanza; quello che doveva fare adesso, quello si che era importante. Non poteva perdere altro tempo.
Diede un ultimo sguardo alla sabbia, sembrava davvero bianca, tanto da fare male.
Poi salì in sella alla sua bici e scese di corsa la lunga strada che dal mare portava al villaggio. Il vento spirava forte, quasi volesse dire di lasciarlo in pace, quasi volesse far pesare i chilometri che era costretto a percorrere senza sosta da un continente all’altro. Ma Jeremy non si lasciò ingannare, lo conosceva lui il vento, eh già, lui gli aveva parlato; mai nessun altro prima di lui lo aveva fatto, no, di questo ne era sicuro. Scuro come sono sicure le onde. Come è sicura la sabbia. Pedalava forte Jeremy, forte, sempre più forte come mai prima d’ora, passò l’emporio di Bill e la locanda di Betty la grassona. Oh quante risate con Betty, era così buffa quando si arrabbiava con lui, le guance le si facevano rosse e agitava quei minuscoli codini di capelli oscuri, sembrava un balooba, una di quelle creature che escono di notte, quando dormono le stelle ed il cielo è stanco di illuminare la terra ed il mare, ed il torrente che scendeva sino alla spiaggia, dalla sabbia che era bianca, oh ma davvero bianca, tanto da far male. E lui in quelle notti si nascondeva, sperando che il balooba non lo trovasse, perché in realtà un po’ gli faceva paura.
Poi passò la casa del vecchio Frey, che come la solito era seduto sulla sua vecchia sedia a dondolo, fuori la vecchia veranda della sua vecchia casa aspettando che il vecchio giorno passasse, e cedesse al nuovo - EHI RAGAZZO, DOVE VAI COSI’ DI CORSA – urlò, - Devo andare zio Frey – così amava chiamarlo, il vecchio intendo, - Non posso fermarmiii - Arrivò sino al paese, fatto tutto su di un'unica stradina, con le case tutte vicine, che quasi sembravano attaccate l’una all’altra spingendosi per trovare un po’ di spazio per vivere.Qualcuno si affacciò, e lui salutò, sorridendo ma sempre di corsa, sulla sua bici, senza fermarsi. Oh no, non crediate che Jeremy fosse un ragazzo male educato, no di certo, non lui; e solo che aveva fretta di arrivare, e quindi correva, e si sa, quando si corre non ci si può poi fermare per fare due chiacchiere, e neanche per bere un po’ d’acqua a casa di Ron, il suo vecchio compagno di avventure, col suo cane un po’ stupido ma in fondo divertente.Quante avventure con Ron ed il suo cane, una volta si inoltrarono nel bosco vicino a caccia di tartufi, col suo cane che cercava dappertutto, ma davvero ovunque, diceva Ron che l’unica cosa che sapeva trovare il suo cane erano i tartufi del bosco. Ed una volta persino riuscirono a vederne uno, o almeno così parve a Jeremy ed a Ron, ma in fondo chi li avrebbe mai creduti.
Maurice, lo scemo del villaggio, quasi lo fece rotolare malamente per tutta la strada, - Togliti di mezzo brutto stupido di un Mauriceee – gli gridò dalla sua bici in corsa. Maurice, lo scemo del villaggio era in effetti davvero tonto, ed infatti lo guardò con un sorriso beone in su la sua faccia paffuta e consunta da anni di solitudine, incorniciata da un enorme paio di occhiali e da capelli grigi ed unti, - Levati di mezzoo!! – Tentò invano di gridargli, ma il vento, che ancora soffiava, gli coprì la voce, e per poco non finivano male, lui e lo scemo di Mauricee, se Rebecca non lo avesse tirato via dalla strada.- Fiuuu – fischiò Jeremy. - Per un pelo – pensò, con il cuore che gli batteva a mille pompando sangue a più non posso in modo da colorargli tutto il viso di un rosso fuoco, che se si fosse visto, riflesso in uno specchio, avrebbe riso perché gli ricordava la faccia di Betty la grassona che sempre si infuriava.
Ma non poteva fermarsi, neanche per Mauricee, neanche per Rebecca, il suo piccolo e segreto amore la cui vista ogni volta lo rallegrava, anche nei giorni tristi.
- Ti amo Rebecca pensò – sempre mentre correva, veloce, più veloce di quanto mai potesse lui stesso immaginare.
Superò il villaggio, ed imboccò uno stretto vialetto posto alla destra della strada principale. Era in salita, così dovette rallentare, ma le sue giovani gambe erano abituate a simili sforzi. E così continuò, proseguendo lungo lo stretto passaggio, che si inoltrava all’interno del bosco dei tartufi. Si, i tartufi, quelli che cercava con Ron ed il suo cane, proprio quelli. Pedalò, ancora ed ancora, sino a quando il fiato non gli si spezzò, ma a quel punto era arrivato alla sua meta.
Una grotta. Questa era la sua meta, una piccola grotta dove si nascondeva quando le cose non è che poi andassero per il verso giusto. In quella grotta c’era andato molte volte, tant’è che poi divenne la sua seconda casa, o la prima o chissà. Perché poi la casa è un luogo dove si dovrebbe star bene, mangiare e dormire, e non pensare che fuori il vento corre come se avesse il diavolo alle calcagna (così dice il vecchio Frey, tra uno sputo di nero catarro ed una nuova ma ingegnosa bestemmia contro una qualche forma di creatura immortale), e si porta via tutto, il vento, si porta ciò che c’è di buono e di cattivo, si porta con sé i pianti contro la notte, o quelli in silenzio, giù in fondo all’anima, dove nessuno può sentire che in fondo piove, e sempre piove quando un lampo illumina il cielo e parla di tempeste e di piccoli uomini, che corrono a ripararsi, perché è l’unica cosa che rimane, ad un uomo, od ad un ragazzino, quando gli eventi iniziano a dilagare e crollare giù dal cielo di cenere e di carbone, o magari solo sporco; trovare un rifugio dove poi lì non arriva la pioggia o forse non arriva così forte. Perché poi si sa, la pioggia, che viene giù è fredda, fredda come mille diamanti che brillano ma che non puoi prendere perché a guardar bene possono fare male.
Una grotta, questa era la sua meta, una grotta che poi era divenuta come la sua seconda casa, o forse la prima o chissà l’ultima, ma in fondo cosa conta se sei il primo o il secondo o l’ultimo a bagnarti, che tanto la pioggia viene giù, ancora ed ancora ed ancora ed ancora.
E fu così che entrò.
L’interno, come si può ben pensare, era nero, molto nero, ma lui aveva lasciato lì una vecchia lampada ad olio, e con se aveva anche qualche ricarica.Accese la vecchia lampada e tutto si illuminò come se all’improvviso quel luogo avesse preso vita o si fosse svegliato da un sonno che durava ogni giorno, prima che Jeremy arrivasse a portare luce. In effetti era un po’ come il sole con quella grotta, o come la luce o come vita che scorre lenta e che dalle viscere sale sino in testa e poi ridiscende.Sul pavimento della grotta era adagiato con una delicatezza che sembrava stonare in quell’ambiente, un morbido piumino, color verde pastello (come gli occhi di Rebecca). Accanto, una malconcia e piccola cassettiera faceva da arredo ad una stanza che galleggiava fuori dal tempo e dallo spazio, come un isola su un mare di niente e di rancori. Lì, in mezzo a quell’isola, su un trono fatto di piume d’oca e favole raccontate in notti che fanno sognare e che rallegrano il cuore anche se buie, Jeremy si sedette ed attese. Attese che fuori la tempesta, quella che bagna tutti anche se tutti cercano di ripararsi o di scappare, anche se tutti pensano che poi passi o che in realtà non sia mai accaduta, si placasse. Ma quando un singolo evento avvia un manipolo di fatti, assurdamente incatenati l’uno all’altro, verso la loro conclusione certa o scontata o imprevista, non c’è riparo che tenga, non c’è grotta che plachi, non c’è vita che si fermi o aria che s’infranga su parole vomitate e poi rinnegate in un tumulto che spaventa chi non se lo sarebbe aspettate o semplicemente non avrebbe voluto ascoltare. Attese Jeremy, lasciando che il viso si rigasse, dapprima in maniera pacata, poi dolcemente sempre più in profondità, sino a toccare le labbra, e poi il mento, per poi cadere vertiginosamente verso quel trono (o era una semplice ma morbida coperta) fatto di piume d’oca di sogni e di speranze. Ascoltò le lacrime cadere, ed attese…che la tempesta si fermasse.


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permalink | inviato da gesucristo il 3/12/2007 alle 13:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
26 novembre 2007
DIARI
...
E' solo che a volte ci penso. Magari un'altra volta. Magari s'aggiusta.
Denti stretti.
Sguardo altrove.
Gambe molli.
Prendo i pezzi.
Ne manca sempre uno.
A poco a poco.
Lentamente.
Poi cadrò.




.



permalink | inviato da gesucristo il 26/11/2007 alle 14:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
25 ottobre 2007
DIARI
La mia piccola poesia alla Solitudine
 

Ci son momenti in cui dovrei parlare con qualcuno. Il punto è che mi è rimasto solo il buio della stanza. Le lenzuola da cambiare. La puzza di cenere e tabacco morente. Eppure cerco qualcuno. Nel profondo dell’anima. O dove riposano i corvi e le madri danzano ritmi incandescenti e soavi turgide di tanta dolcezza.

Il cuore cerca riposo. Il sangue ribolle e prega cristi e madonne. I pensieri si infrangono e vanno giù. Nel profondo. Dove non c’è tempo che tenga insieme vite passate nella sopportazione. Penso a quel che ho davanti. Me ne vanto come pensiero incantato. Lento incedere del momento che fugge e non trova resistenze. Sento esplodere solstizi di pensieri. Ascolto l’emergere di colpe ed assurdi sbagli dettai dai reami dell’impulsiva certezza di intelletto.

Non riesco a crogiolarmi nella mia egocentrica vita. Non riesco neppure a pensare alla compagnia che possa risvegliarmi. Sento solo l’amaro di una verità che pensavo non potesse invadermi. Una realtà che è viva e non è rara.

Ho scelto l’invidia di amare.




permalink | inviato da gesucristo il 25/10/2007 alle 21:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
16 ottobre 2007
DIARI
Un Senso

Sera di ottobre. Il cielo richiama la sua presenza anche prima. LA notte ha impazienza di arrivare. Nutrirsi di pensieri. Leccare le ferite. Lavarle via. Anche per un solo istante. Che si ripete ogni volta. Sino alla fine. Sera di ottobre Vento pungente. Mi do da fare. La merce da scaricare è parecchia. C’è da fare avanti ed indietro come un imbecille. Dovrò avere il pepe al culo. Perché ci doi di brutto. La merce. Compare alla mia vista come un nemico da agganciare. Abbattere. Prenderne lo scalpo. Non c’è tempo per pensare. Non c’è tempo per decidere se ciò che fai hai poi un senso o magari sei tu a darglielo in fondo. Un senso. Ancore notte. Ancora freddo pungente. Ancora sudore che cola lungo la schiena. Ancora colpi di reni. Sforzi di muscoli. Quel che conta è che sai che finirà. Non hai da pensare a ciò che c’è. A ciò che ancora c’è da fare. Sai che avrà una sua fine.

Alza la merce. Sali sulla scala. Sistema la merce.

Ciò di cui ti rendi conto. A volte. E che nessuno te lo aveva detto che era così.

Le 20. Sera di Ottobre. Lascio il mio posto. Mi dirigo verso la metro. Ho una giacca di jeans addosso. Basta a tener lontano il freddo. Scendo le scale. Sono stanco ma ho forza. Vado avanti perché ho trovato un senso. Timbro il biglietto. Luci gialle mi inondano il viso. Mi riscaldano. Sottoterra la temperatura è maggiore. Mi siedo. Attendo.

Faccio per prendere un libro. Poi si avvicinano. Lentamente.

Heylà. Come va amico?

Si è seduto al mio fianco sinistro. Lui. Poi il fratello. Lavorano dalle 7 di mattina sino alle 8 di sera. Niente pausa. Se non quella dettata dalla clientela. Che poi dimentica. O se ne frega. Come per ogni cosa.

Ti ha aumentato lo stipendio?

13 ore di lavoro. A portare caffè in giro per Port’alba. 600 € al mese.

Lui mi guarda. Ha un aria simpatica.

Chi nasce tondo non può morire quadro.

Sorrido.

Hai ragione.

Poi mi accorgo che rivolge lo sguardo oltre le mie spalle.

Hey.

Mi giro. Vedo un uomo. Lo riconosco. Fa il mio stesso lavoro. Nel negozio di fronte. Ha una aria stralunata. Una pancia rigonfia. Capelli bianchi. Mani enormi. E due occhi che sembrano intontiti da tanta assurdità. O magari è solo stanchezza.

Si siede accanto a noi.

Ma tu dove lavori? Mi fa.

L’avrò salutato ogni volta da fuori al negozio. Così come lui ha salutato me ogni volta da fuori al negozio.

Io sorrido.

Lavoro proprio di fronte a te.

Ah.

Scusa ma mi sto facendo vecchio. No. Davvero. Ormai ho 49 anni.

E che sei vecchio a 49 anni??

Forse no. Ma avrei dovuto cambiare. Lì dentro invecchio prima

Io ascolto quel piccolo scambio di battute. Pi intervengo

E dove saresti andato?

Lui mi guarda ed indica i due fratelli.

Io non capisco.

Gli ripeto la domanda.

Ma lui continua ad indicare i due fratelli.

Po uno dei due si rende conto che il nostro “anziano” amico non riusciva a comprendere e così gli spiega

No. Non dove devi andare adesso, dice in generale. Cosa avresti fatto come lavoro?

Aahh. Mah. Qualsiasi cosa. Qualsiasi altra cosa.

Vento improvviso. Rumore assordante in lontana. Come richiami di tempi passati e giorni a venire. Nuovi. Che cerchi di renderli sempre diversi Perché è questo poi il segreto no? Dare un senso. Che valga la pena davvero. Questo io lo so. L’ho compreso. E vado avanti.

La metro. Arriva con la sua voce stridula e fastidiosa. Attendiamo che si fermi. E saliamo nel suo metallico ventre.

Ci sediamo.

Aspetta io mi metto vicino alla sbarra.

Sapete è il mio solito posto. Ormai non riesco a star seduto altrove. Se non lo trovo preferisco stare in piedi.

Lui prende il suo solito posto.

Tu dove  abiti?

Bhe un po’ lontano da qui. Ma preferisco questa metro. Rispondo guardandogli le mani. Sono enormi. Ora capisco il perché.

Perché non prendi l’altra metro? Mi domanda

I suoi occhi. Sono curiosi. Enormi. Buoni. Ma che si chiudono. Lontani. Sembrano quelli di un enorme bambino. E di un uomo. Alternano

Perchè non mi vanno a genio i suoi ritardi. La gente ammassata. La loro squallida puzza.

Bhe è vero risponde un fratello. Ma non è che qui sia meglio frequentata.

Già. Ma la preferisco.

La macchina mangia i minuti. La mia mente vaga. So di nutrirmi di sensazioni. Cerco di coglierle ovunque. Dappertutto. Nelle cose. Nelle vite. Nelle persone. Loro hanno tanto da darmi. Ed io ascolto.

L’uomo bambino mi racconta di sé. Del suo lavoro che dura una vita. Del suo matrimonio andato a male. Ora abito con mia madre. Del suo stipendio che dopo 24 anni sembra ridicolo. Dei suoi altri lavoretti come falegname occasionale. Per tirare a campare. Della sua fortuna di essersi separato e di avere una figlia trasferitasi all’estero. I fratelli mi raccontano dell’assurda “tranquillità” della vita a Secondigliano. Quartiere di violenza e camorra. Quartiere che pulsa e dà vita a questa città. Vita bruciata. Mi raccontano di come non puoi portare il casco se entri all’interno del quartiere. Di come le forze dell’ordine evitano quei posti. Di come la gente campa vendendo droga.

Ascolto. Rapito. Affascinato da tanta bellezza. Mi nutro di sensazioni. Stimolazioni forti che sanno di vita. Di esistenze. Di realtà. E pure no. A volte sembrano sogni. Ma che si fanno ascoltare.

Loro non vendono droga. L’uomo bambino non vende droga. Io non vendo droga. Magari una volta o due c’ho pensato. Magari loro non lo hanno mai pensato. E’ così che va il mondo.

Scendo. Lascio il freddo ventre metallico della metro. Lascio quelle storie alla loro conclusione giornaliera.

Mi dirigo verso l’uscita. Salgo prendendo le scale mobili. Ascolto il lento cigolio di quella ferraglia. Mi guardo intorno. Volo via con i miei pensieri.

Mi vedrò con altre persone stasera. Cerchiamo di costruire altri sogni. Attraverso la musica.

Poi chiamerò lei. Che d’improvviso è apparsa. E sa che l’amo come mai. Finalmente. Come doveva essere.

Poi scriverò Lasciando vagare i miei pensieri. Libere associazioni. Poesie nata dal nulla di cui ci si nutre. O magari solo spazzatura.

Io ho trovato un senso. Il resto è solo contorno. Che venga. Che provi a divorarmi. Io ho davvero trovato il senso.

 

 

 




permalink | inviato da gesucristo il 16/10/2007 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
9 ottobre 2007
DIARI
Nascita
 

Non è il tempo che scorre. O magari la luna che assapora la vita.Non sono i canti di mille vite solitarie. Che si perdono. Nei vuoti tra ciò che si dimentica.Non ci saranno primavere. Non ci saranno autunni. Estati risplendedti. Inverni rassicuranti. Non ci saranno le urla.- Non ci saranno le briciole di promesse. Ci saranno abbracci. Ci saranno parole. Ci saranno ricordi. Mai promesse. Che non si mantengono. Se non per sfuggirne. Ci sarà me stesso. Ci sarà per sempre. Sino al cambio di stagioni. Quando il tempo evapora. Lasciando rumori incedenti che volgeranno al termine. Allora ci saranno le aurore. I colori. Le sorprese. Allora ci sarà iddio nascosto dietro l’angolo. Che mi guarderà dal basso ventre. Sorridendo. Sorprendendo. Scoprendo che m’appartiene. Sino a quando potrò lasciarlo andare. Sino a quando potrò guardarlo sorridere. Ancora una volta.- Senza me. Solo il suo mondo. Che riflette. I miei sguardi. Le mie passioni. I suoi respiri. Buongiorno bambino mio.


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permalink | inviato da gesucristo il 9/10/2007 alle 20:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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